È peggio il terrorismo o la fame nel mondo?

Tutti i giornali, ieri, riportavano in prima pagina, con grande risalto, notizia che la Nestlè è sotto accusa per aver confezionato del latte per bambini in pacchi poco igienici. Sembra che l’inchiostro dell’etichetta abbia contaminato il prodotto, e forse questo prodotto è diventato tossico. Nessun giornale ieri (tranne il nostro l’Unità) ha riportato in prima pagina notizia relativa a un rapporto Fao che fissa in sei milioni il numero dei bambini morti negli ultimi dodici mesi per colpa della fame. Diversi giornali non hanno trattato questa notizia in prima né in nessun’altra pagina.
Naturalmente la notizia sulla Nestlé era importante. E se esistesse un metro per distinguere le notizie “di destra” da quelle di “sinistra” (ma per fortuna questo metro non esiste…) sarebbe anche una notizia di sinistra. Perché ad essere nei guai è una delle multinazionali più potenti del mondo. E ben gli sta. Però io mi faccio questa semplicissima domanda: è più drammatico il rischio, per alcune decine di migliaia di bambini occidentali, di essere colpiti da dolori di stomaco, oppure è più importante la certezza, per sei milioni di bambini – in larghissima parte africani – di una morte atroce e dolorosa?
Questa domanda può essere liquidata come demagogica. Oppure si può contestare la tesi che è sottesa alla domanda – e cioè che il nostro giornalismo è fazioso, incompleto, censorio – usando i classici manuali del giornalismo, i quali spiegano come la notizia più importante sia sempre quella più vicina (i nostri bambini, più dei loro bambini…) e come la notizia più fresca prevalga sempre su quella meno nuova (che alcuni milioni di bambini muoiono di fame si sa tempo, che la Nestlè ha impasticciato tutto il latte per l’infanzia si poteva sospettare ma non c’erano riscontri).
Capisco le obiezioni ma non mi convincono. Se davvero tutti già sapevamo che ogni anno muoiono 6 milioni di bambini, ogni mese ne muoiono 500 mila, ogni giorno più di quindicimila, ogni ora quasi settecento, se sapevamo questo, e se sapevamo che il problema si potrebbe risolvere soltanto abbattendo le spese sostenute dalle famiglie dell’occidente per l’acquisto di prodotti cosmetici un po’ meno lacca per capelli, dopobarba, ombretto, balsamo, profumo…) come mai allora non passiamo molto del nostro tempo, non spendiamo la maggior parte del nostro impegno politico o intellettuale, non dedichiamo una porzione cospicua dei nostri discorsi quotidiani, a questo problema così terribile e gigantesco? Per indifferenza, è la risposta usuale. Lo ha scritto molto bene anche ieri, sull’Unità, in un bellissimo articolo, il sindaco di Roma Walter Veltroni. Però non sono sicuro che sia vero.
È del tutto evidente che oggi il problema della fame nel mondo (che riguarda un paio di miliardi di persone) è il problema dei problemi per chiunque si ponga l’obiettivo di esercitare una funzione di governo e di costruire una politica internazionale. Solo che, al momento, il problema è risolto in questo modo: teniamoci la fame nel mondo. Non per indifferenza, non per distrazione o superficialità. Per il semplice motivo che la fame nel mondo è del tutto funzionale al mantenimento dello status quo, cioè di questa globalizzazione liberale che prevede che l’ottanta per cento delle ricchezze del pianeta siano espropriate e “blindate” in Occidente, messe a disposizione delle multinazionali delle esigenze del mercato, consumate da una fetta molto piccola della popolazione mondiale. Questa globalizzazione – che è innaturale e provoca squilibri disastrosi nelle relazioni umane e nello sviluppo della civiltà – può resistere solo con due strumenti: la guerra (preventiva), e il manteni – mento della povertà e della fame. La povertà e la fame – la fame nera – non sono solo risultati del governo del mondo: sono strumenti del liberismo.
Permettetemi, di fronte tutto questo, di fare una cosa politicamente scorretta: conti. Voglio affrontare politica con il più prosaico spirito da ragioniere. Quante vittime semina, in un anno, il terrorismo – cioè quello che è considerato dall’opinione pubblica americana, americana, italiana, europea, eccetera – la questione fondamentale del nostro tempo?
Forse tre o quattromila, forse un po’ meno, forse qualcuna di più. Diciamo anche 10 mila. Da freddi ragionieri ci si chiede: cosa sono 10 mila vittime di fronte a quei sei milioni di bambini? Poco, niente. Lasciateci, per una volta, essere cinici. Non c’è altra strada, forse, che il cinismo: finché l’Occidente non rinuncia alla strage dei bambini, e dei poveri, è quasi impossibile appassionarsi alla questione del terrorismo.
24 novembre 2005

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