{"id":4318,"date":"2005-11-22T00:00:00","date_gmt":"2005-11-21T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.ilcavallobianco.it\/?p=4318"},"modified":"2005-11-22T00:00:00","modified_gmt":"2005-11-21T23:00:00","slug":"litalia-in-provincia-di-chernobyl","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilcavallobianco.it\/?p=4318","title":{"rendered":"L&#8217;ITALIA IN PROVINCIA DI CHERNOBYL"},"content":{"rendered":"<p>di Silvia Treves <\/p>\n<p>Fonte: http:\/\/librinuovi.devep.org\/<br \/>\n____________________________________________________________________________<br \/>\nViviamo tutti nei dintorni di Chernobyl <\/p>\n<p>____________________________________________________________________________<\/p>\n<p>L\u2019elemento principale di un reattore nucleare \u00e8 il nocciolo, nel quale avviene la fissione del combustibile. Prima di essere utilizzato l\u2019uranio viene arricchito e convertito in pastiglie del diametro di un centimetro e poco pi\u00f9 lunghe, rivestite di ceramica e contenute in tubi anticorrosione con un diametro di circa dodici mm e lunghi quattro metri. I tubi vengono poi infilati nel reattore come sigarette sistemate in una scatola cilindrica. La reazione a catena produce calore, se la velocit\u00e0 di scissione \u00e8 troppo elevata non \u00e8 pi\u00f9 possibile controllare la quantit\u00e0 di calore prodotto e il nocciolo si surriscalda; per evitarlo si utilizzano barre di controllo di acciaio inossidabile riempite di polvere di boro, o grafite, o cadmio, che assorbono i neutroni in eccesso. Pi\u00f9 barre vengono inserite fra i tubi di combustibile pi\u00f9 lenta \u00e8 la reazione, pi\u00f9 ne vengono ritirate e maggiore \u00e8 la velocit\u00e0. Inserendole tutte, il reattore smette di funzionare. Tuttavia le barre assorbono neutroni, non calore, quindi \u2013 per evitare la fusione del nocciolo (meltdown) \u2013 \u00e8 necessario che le barre di combustibile restino immerse in acqua mantenuta in circolazione grazie a un sistema di pompe. <\/p>\n<p>I problemi pi\u00f9 concreti e quotidiani legati all\u2019attivit\u00e0 di un reattore a fissione riguardano l\u2019eliminazione sicura delle scorie e il rischio di fughe radioattive: un reattore di medie dimensioni contiene una quantit\u00e0 di materiale radioattivo mille volte superiore a quello liberato su Hiroshima. Cos\u00ec i reattori vengono alloggiati in contenitori di sicurezza a pressione in acciaio inossidabile a loro volta immersi in strutture di contenimento in cemento armato. <\/p>\n<p>Ma l\u2019eventualit\u00e0 pi\u00f9 catastrofica \u00e8 la possibilit\u00e0 di un meltdown definitivo; Il nocciolo potrebbe fondere, ad esempio, se venisse a mancare l\u2019energia per azionare le pompe dell\u2019acqua di raffreddamento e se tutti i numerosi impianti di raffreddamento ausiliari facessero cilecca. Allora, l\u2019acqua gi\u00e0 presente nel nocciolo evaporerebbe, lasciandolo allo scoperto; le barre di combustibile fonderebbero e cos\u00ec pure le pastiglie di uranio, fino alla fusione definitiva del sistema; Alla fine il nocciolo raggiungerebbe i tremila gradi centigradi, continuando a sprofondare attraverso i rivestimenti esterni (Da questa immagine del nocciolo che sprofonda nella struttura del pianeta, strato dopo strato, sino a uscire dalla parte opposta \u2013 e dunque per gli Stati Uniti dalla Cina \u2013 deriva il termine \u00absindrome cinese\u00bb del film omonimo). In realt\u00e0, dopo varie esplosioni, il nocciolo entrerebbe in quiescenza a circa 20 metri di profondit\u00e0. <\/p>\n<p>La fusione del nocciolo sarebbe un evento di proporzioni terrificanti, con decine di migliaia di morti e almeno centomila feriti gravi. Semplificando al massimo, le lesioni da radiazioni possono essere di due tipi: quelle secondarie a una esposizione considerevole, alla quale seguono danni gravi al sistema nervoso, agli elementi del sangue, al midollo osseo e all\u2019apparato gastrointestinale e la morte di milioni di cellule, con decorso spesso mortale. Il secondo tipo di lesioni, secondario a una esposizione ridotta o moderata, segue un decorso a lungo termine, con deposito delle particelle radioattive in vari organi: stronzio 90 nelle ossa, iodio 131 nella tiroide, cesio 137 in tutte le cellule: degradandosi ogni particella radioattiva dannegger\u00e0, soprattutto a livello del corredo genomico, le cellule vicine, sia quelle somatiche (con il rischio di sviluppare tumori), sia quelle riproduttive, cosicch\u00e9 i danni diventeranno ereditari, colpendo anche la discendenza. <\/p>\n<p>Purtroppo, mentre il tempo di dimezzamento (cio\u00e8 quello necessario perch\u00e9 la quantit\u00e0 di radiazione si riduca alla met\u00e0) dello iodio 131 \u00e8 di 8 giorni, quello dello stronzio 90 \u00e8 di 28 anni, quello del cesio 137 di 33 e quello del plutonio di 24.000: come dire che met\u00e0 di tutti gli atomi di plutonio liberati a Chernobyl dureranno circa sino al 26.000, un quarto di esse sino al 50.000\u2026 <\/p>\n<p>Chernobyl era una citt\u00e0 antica, fondata circa tre secoli prima che Colombo \u00abscoprisse\u00bb l\u2019America. Era capitale amministrativa della Polessia, una ragione a ottanta chilometri a nord di Kiev, la capitale dell\u2019Ucraina, una regione di acquitrini, laghi e foreste che si estende per ottocento chilometri, sino all\u2019interno della Bielorussia e a ovest sino al confine con la Polonia. Chernobyl sorgeva su una piccola elevazione presso il Pripyat, che qui affluisce nel Dnieper Per ottocento anni la sua gente \u00e8 vissuta coltivando segale e patate e allevando bestiame. Negli anni sessanta dello scorso secolo, Chernobyl era diventata un centro regionale, con un ospedale, un istituto tecnico, la scuola agricola, il conservatorio, piccole imprese industriali, fabbriche alimentari, e un cantiere navale per riparare le navi che navigano i due fiumi. La centrale venne costruita a venti chilometri a nord di Chernobyl vicino al confine bielorusso, e la prima unit\u00e0 fu inaugurata il 26 settembre 1977: immetteva nella citt\u00e0 di Kiev mille megawatt, facendo risparmiare tre milioni e mezzo di tonnellate di carbone l\u2019anno. Dopo l\u2019incidente delle ore 1.23 del 26 aprile 1986 \u00e8 diventata, come altre 178 citt\u00e0 e centri evacuati, un luogo deserto, svuotato (almeno apparentemente) di vita, sullo sfondo di una foresta silenziosa. <\/p>\n<p>All\u20191.24 di sabato 26 aprile 1986, durante una fase di spegnimento per manutenzione del reattore 4 e mentre era in corso un test sperimentale sui sistemi di emergenza, due esplosioni ne distrussero il contenitore di cemento da 1000 tonnellate. Frammenti del nocciolo, materiale e vapore radioattivo vennero disseminati attorno alla centrale contaminando aria e suolo per pi\u00f9 di 100 chilometri. La nube radioattiva contamin\u00f2 un&#8217;area immensamente pi\u00f9 ampia. I morti direttamente coinvolti nell\u2019esplosione e nei primi soccorsi furono trenta, 8000 persone e circa 20 milioni di contaminati nell\u2019ex URSS. <\/p>\n<p>Quel giorno due comunit\u00e0 di tecnici erano presenti contemporaneamente, gli operatori della centrale, maggiormente interessati \u00aballa tenuta complessiva dell\u2019impianto e alle condizioni di marcia normali\u00bb e quelli venuti da Mosca che \u00aberano orientati a \u201csforzare\u201d il sistema il pi\u00f9 possibile per eseguire il test\u00bb. Le indagini successive sottolinearono i gravi errori di valutazione di entrambi i gruppi: i tecnici locali avrebbero sottovalutato irreparabilmente l\u2019impatto del test sulla sicurezza dell\u2019impianto, nonostante la disattivazione del sistema di emergenza di raffreddamento del nocciolo; gli operatori di Mosca, invece, non sarebbero stati in possesso delle conoscenze e dell\u2019esperienza relative a un impianto con le caratteristiche di quello di Chernobyl. Durante le fasi cruciali dell\u2019esperimento vennero pi\u00f9 volte violate le procedure e norme di sicurezza. <\/p>\n<p>Riassumiamo gli avvenimenti: <\/p>\n<p>25\/4 <\/p>\n<p>Ore 13.00: il test inizia con la progressiva riduzione di potenza del reattore 4. <\/p>\n<p>Ore 14.00: viene scollegato il sistema di refrigerazione del nocciolo senza comunicazione e autorizzazione all\u2019ente di sicurezza della centrale &#8212;> violazione delle norme di sicurezza. <\/p>\n<p>Ore 23.00: il controllore autorizza l\u2019ulteriore diminuzione di potenza (nonostante che il tipo di reattore in uso a Chernobyl a bassa potenza diventi instabile) &#8212;> conflitto con le caratteristiche di costruzione del reattore. <\/p>\n<p>Ore 23,10: viene escluso il sistema di regolazione automatico per la discesa di potenza. <\/p>\n<p>26\/4 <\/p>\n<p>Ore 0.28 gli operatori riescono a riportare il sistema al 7% della potenza massima e decidono di continuare il test invece di riportare l\u2019impianto al normale funzionamento. &#8212;> \u00e8 l\u2019inizio del disastro. <\/p>\n<p>Ore 1.00: si continua il test nonostante il reattore funzioni ormai con circa 6-8 barre di controllo invece delle almeno 30 previste. &#8212;> violazione delle procedure di sicurezza. <\/p>\n<p>Ore 1.03: vengono azionate, oltre alle 6 gi\u00e0 in funzione, altre 2 pompe di circolazione dell\u2019acqua. &#8212;> sovraccarico della portata d\u2019acqua ben oltre le norme previste. <\/p>\n<p>Ore 1.10: il sistema di spegnimento del reattore viene disattivato per impedirne lo spegnimento e quindi il blocco del test. Per mantenere stabile la potenza in diminuzione del reattore vengono estratte alcune delle gi\u00e0 scarsissime barre. &#8212;> violazione delle procedure di sicurezza. <\/p>\n<p>Ore 1.22\u201930\u201d: il computer avvisa che \u00e8 necessario spegnere il reattore, ma i tecnici ignorano l\u2019avvertimento e cominciano l\u2019esperimento. &#8212;> violazione delle procedure di sicurezza. <\/p>\n<p>Ore 1.23\u201904\u201d: nel nocciolo la produzione di vapore aumenta, la potenza cresce rapidamente a causa del calo di acqua. <\/p>\n<p>Ore 1.23\u201916\u201d: gli operatori si rendono conto del pericolo e il caposquadra ordina il rapido spegnimento del reattore ma le barre si bloccano. La situazione \u00e8 ormai irreversibile. <\/p>\n<p>Ore 1.24\u201900\u201d: la prima esplosione di vapore. <\/p>\n<p>Ore 1.24\u201903\u201d: la seconda esplosione, probabilmente di idrogeno, scoperchia il nocciolo e fa crollare l\u2019edificio. <\/p>\n<p>Accorsero i pompieri da Pripyat. Gli altri tre reattori continuarono a funzionare nonostante il rischio di altre esplosioni e furono spenti soltanto dopo molte ore. Continuarono a funzionare anche gli impianti di ventilazione, favorendo la contaminazione che \u2013 in caso di spegnimento tempestivo \u2013 sarebbe stata pi\u00f9 contenuta. I tre reattori superstiti furono chiusi definitivamente nel 1992. <\/p>\n<p>Oltre alle violazioni involontarie e volontarie delle norme e delle procedure di sicurezza e all\u2019ignoranza dei tecnici, anche alcune caratteristiche specifiche del tipo di impianto furono determinanti per il verificarsi dell\u2019incidente: <\/p>\n<p>La tendenza del reattore all\u2019instabilit\u00e0 e ai salti di potenza. <\/p>\n<p>Un sistema di arresto rapido poco efficace. <\/p>\n<p>La mancanza di un vero contenitore resistente alla pressione <\/p>\n<p>La necessit\u00e0, per gli operatori, di effettuare \u00aba tutti i costi\u00bb e con risultati soddisfacenti il test \u2013 gi\u00e0 rifiutato dalle \u00e9quipe di altri impianti nucleari russi perch\u00e9 ritenuto troppo pericoloso. <\/p>\n<p>La scelta di effettuare il test proprio nell\u2019impianto di Chernobyl, che in passato aveva gi\u00e0 mostrato disfunzioni <\/p>\n<p>La segretezza che, in URSS, circondava tutto ci\u00f2 che riguardava l\u2019energia nucleare non consent\u00ec ai tecnici di venire a conoscenza che si erano gi\u00e0 verificati alcuni incidenti a reattori simili a quello di Chernobyl (a Leningrado \u2013 uno gravissimo nel 1975 \u2013 e a Bieloyarsk) e di imparare quindi da questi \u00aberrori\u00bb. <\/p>\n<p>La natura \u00aborganizzativa\u00bb del disastro di Chernobyl ha evidenziato alcuni limiti propri delle grandi organizzazioni, che sono sistemi troppo complessi e vasti e, al contempo, troppo rigidi per essere gestiti in condizioni di sicurezza e prevenzione del potenziale catastrofico. Per motivi di ordine economico, politico e sociale, le organizzazioni (private e pubbliche) tendono non soltanto a nascondere gli errori, soprattutto se di grande portata, ma anche a ignorare o sottovalutare i segnali di pericolo, le richieste, le proteste, i rapporti che li hanno preceduti. La nostra societ\u00e0 tende anche ad attribuire la \u00abcolpa\u00bb di un disastro a qualcuno piuttosto che a considerare l\u2019errore o il cattivo risultato come il prodotto di una situazione specifica. Questo tipo di valutazione fa apparire l\u2019errore come eccezionale, eliminabile semplicemente eliminando (e punendo) il \u00abcolpevole\u00bb, e non come frutto di pratiche consolidate all\u2019interno di contesti poco efficienti. <\/p>\n<p>Ho tratto tutte le citazioni e gran parte delle informazioni precedenti dal saggio Da Chernobyl a Linate, incidenti tecnologici o errori organizzativi? (Carocci 2002) di Maurizio Catino (altre fonti sono indicate in bibliografia). L\u2019autore sottolinea la necessit\u00e0 di una nuova \u00abetica\u00bb dell\u2019errore che consideri ogni errore di gestione non pi\u00f9 come esperienze conoscitive negativa, non evento eccezionale da nascondere ma \u00abfonte di apprendimento\u00bb. Analizzando in maniera innovativa numerosi incidenti organizzativi di vasta portata all\u2019estero e in Italia, Catino dimostra come l\u2019analisi degli incidenti nelle organizzazioni dovrebbe partire non dalla ricerca dei \u00abcolpevoli\u00bb ma dallo studio delle dinamiche organizzative pi\u00f9 ampie e delle responsabilit\u00e0 gestionali. <\/p>\n<p>Un altro testo molto recente, Una preghiera per Chernobyl, della giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic (edizioni e\/o) utilizza un approccio \u00abdiverso\u00bb al disastro: un\u2019indagine conoscitiva che potremmo superficialmente definire emotiva e non razionale. I termini \u00abindagine conoscitiva\u00bb e \u00abirrazionale\u00bb sembrano antitetici ma spero di dimostrare che non \u00e8 cos\u00ec. <\/p>\n<p>Il libro riporta alcune informazioni indispensabili a inquadrare il disastro e soprattutto i suoi effetti in Bielorussia, dove non esistono centrali nucleari (ma altre due, oltre quella di Chernobyl le sono molto prossimi: la piccola Bielorussia, con una popolazione di circa dieci milioni di abitanti ha perduto nel disastro \u00ab485 tra cittadine e villaggi. Di questi, 70 sono stati interrati per sempre. [\u2026] oggi un bielorusso su cinque vive in zone contaminate. Si tratta di 2,1 milioni di persone, fra cui 700.000 bambini [\u2026] nelle regioni [\u2026] maggiormente colpite il numero dei decessi \u00e8 stato superiore del 20 per cento a quello delle nascite\u00bb. Il 70 per cento dei radionuclidi rilasciati nel disastro \u00e8 ricaduto sulla Bielorussia, il 23 per cento del suo territorio \u00e8 contaminato in maniera altissima. Ma Chernobyl non \u00e8 soltanto un problema bielorusso: la dispersione delle sostanze volatili fu globale: il 29 aprile vennero registrate in Polonia, Germania, Austria, Romania, il 30 in Svizzera, e Italia settentrionale, l\u20191 e il 2 maggio in Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Grecia, il 3 in Israele, Kuwait, Turchia, il 2 maggio vennero registrate in Giappone, il 4 in Cina, il 5 in India, il 6 negli Stati Uniti e in Canada. \u00abCi volle meno di una settimana perch\u00e9 Chernobyl diventasse un problema del mondo intero\u00bb. Il resto del saggio, circa 270 pagine, \u00e8 costituito soltanto di interviste: a parlare sono le persone pi\u00f9 disparate, la prima \u00e8 la moglie di un pompiere di Pripyat, accorso alla centrale nei primi minuti dopo il disastro; il marito non pu\u00f2 testimoniare, \u00e8 sepolto insieme a tutti i suoi compagni in bare di zinco e sarcofagi di piombo e cemento in un cimitero militare dedicato solo a loro: gli eroi non si possono toccare perch\u00e9 \u00absparano\u00bb come piccoli ordigni nucleari, la cerimonia \u00e8 stata celebrata a passo di carica e tutti hanno preferito dimenticare. Del resto c\u2019erano tanti altri da seppellire, a cominciare dalle prime infermiere che avevano assistito gli eroi senza le dovute precauzioni. <\/p>\n<p>I vecchi contadini della regione credevano di aver gi\u00e0 visto di tutto nella loro vita, ai tempi della seconda guerra mondiale. Si illudevano di non dover pi\u00f9 abbandonare la loro terra, cos\u00ec il giorno prima dell\u2019evacuazione un vecchio e sua moglie \u00abavevano preso la loro vacca e, senza allontanarsi di molto, si erano nascosti nella foresta. Avevano aspettato l\u00e0 che tutto fosse finito. Come durante la guerra\u2026 Quando durante le spedizioni punitive incendiavano i villaggi\u2026\u00bb. Ma se la prima volta era stata una tragedia, adesso erano una perfida farsa, perch\u00e9 i tedeschi si vedevano, le radiazioni no, e nessuno capiva perch\u00e9 improvvisamente le barbabietole, le patate, i frutti del bosco invece di essere raccolti dovessero venir seppelliti a grande profondit\u00e0. L\u2019anima russa, qualunque cosa sia, \u00e8 anche profondamente ironica, e ha sintetizzato la follia della situazione in barzellette fulminati: \u00abSi possono mangiare le mele di Chernobyl? \u2013 chiede un ascoltatore di radio Erevan. Risposta: Certo che si possono mangiare, per\u00f2 i torsoli vanno sotterrati molto in profondit\u00e0\u00bb. Tra le testimonianze pi\u00f9 significative quelle dei liquidatori, ossia di tutti coloro, soprattutto militari, che \u2013 pi\u00f9 o meno volontariamente \u2013 lavorarono a sgombrare le macerie e a costruire il sarcofago del reattore, a sfollare i contadini, a impedire loro di raccogliere le patate, bere il latte delle loro mucche, portarsi via i pochi beni di famiglia o il gatto (i cani vennero abbattuti facilmente dai cacciatori incaricati, ma i gatti diedero filo da torcere\u2026), a tener lontano i saccheggiatori. Quest\u2019ultimo compito si rivel\u00f2 virtualmente impossibile: gli sciacalli rientravano nei villaggi per svuotarli passando attraverso i boschi, esattamente come i contadini malati di nostalgia; ci sarebbe voluto un cordone umano lungo centinaia di chilometri per impedire loro di portare via ogni bene commerciabile: \u00abTutta la zona \u00e8 stata spostata fuori della zona\u2026\u00bb, sintetizza uno dei soldati. Ed \u00e8 finita, radioattiva com\u2019era e pezzo per pezzo \u2013 servizi da t\u00e8, credenze, televisori, motociclette, abiti \u2013 sui mercati della regione, finendo chiss\u00e0 dove. <\/p>\n<p>Ma chi convinse i liquidatori a rischiare, lavorando intorno a Chernobyl? Qualcuno di loro accett\u00f2 in nome dei benefici la dacia (che molti riuscirono a godersi per poco tempo\u2026), un appartamento pi\u00f9 grande (sapete, vero, che nell\u2019ex URSS la mancanza di appartamenti \u00e8 cronica, al punto che la maggior parte delle famiglie coabita in spazi ristretti con altre famiglie?) o magari un posto all\u2019asilo per il figlio (gi\u00e0!), La maggior parte di loro, per\u00f2, era gente tosta, militari sopravvissuti all\u2019Afghanistan e convinti (anche dopo partiti, perch\u00e9 le autorit\u00e0 furono molto parche di informazioni sui rischi e le dosi accettabili di esposizioni) di avere gi\u00e0 visto il peggio. Invece no, perch\u00e9 a Chernobyl vissero una delle situazioni pi\u00f9 assurde e allucinanti che sia dato immaginare: una natura rigogliosa e indomabile che, satura di radiazioni mortali, esplodeva in una incredibile fioritura. Eppure dovettero spiegare ai contadini che bisognava non soltanto lasciare andare in malora il raccolto, ma anche \u00abarrotolare\u00bb prati e boschi metro a metro e seppellire la terra sotto altri strati di terra. Ma soprattutto dovettero ricoprire ci\u00f2 che rimaneva del maledetto \u00abNumero 4\u00bb giorno per giorno, armati di badili e protetti da un camice, un berrettino bianco e una maschera di garza ciascuno. Quando la \u00abdivisa\u00bb era sporca ci pensavano alcune donne a lavarla. A mano. Alcuni, le \u00abcicogne\u00bb, scavavano proprio sul tetto del reattore; lass\u00f9, a causa delle radiazioni \u00ab i robot andavano presto in avaria e i macchinari davano i numeri. Noi invece continuavamo a lavorare. E ne eravamo molto fieri\u00bb. Gente tosta, appunto. Ma poco informata, come il veterano dell\u2019Afghanistan, volontario a Chernobyl, che al ritorno regal\u00f2 al figlioletto il berretto che aveva tenuto in testa per tutta la missione. Orgoglioso del padre, il bambino non lo toglieva mai: \u00abDi l\u00ec a due anni gli hanno diagnosticato un tumore al cervello\u2026 Il resto pu\u00f2 aggiungerlo lei\u2026 Non mi va di parlarne\u2026\u00bb. <\/p>\n<p>Cos\u00ec tutti laggi\u00f9, cercando invano di salvare il raccolto o seppellendolo sotto quintali di terra, facendo gli eroi o gli sciacalli o sparando ai gatti abbandonati con dolore dai bambini (\u00abNon ammazzare la nostra Zulca. \u00e8 una brava gatta\u2026\u00bb) diventarono \u00abchernobyliani\u00bb reduci dalla guerra peggiore e pi\u00f9 subdola perch\u00e9 \u00abcon Chernobyl \u00e8 tutto il contrario [del nemico in guerra, N.d.R.]. Ti ammazza dopo che sei tornato\u00bb. <\/p>\n<p>Eppure, sembra incredibile, ma c\u2019\u00e8 chi a Chernobyl si \u00e8 rifatto una vita. Chi ha scelto di lasciare la propria terra per stabilirsi oltre la linea invisibile che separa i chernobyliani dal resto del mondo. \u00e8 gente nuova, arrivata \u00abdopo\u00bb il disastro, che proviene dagli unici posti dove la vita \u00e8 peggiore e la morte pi\u00f9 vicina e invece di farsi aspettare ti fredda in mezzo alla strada: le zone di guerra civile, il Tagikistan, la Cecenia, la Chirghisia: \u00abPerch\u00e9 siamo venuti qui? Sulla terra di Chernobyl? Perch\u00e9 siamo sicuri che da qui non ci cacceranno. Da questa terra. Che ormai \u00e8 terra di nessuno\u00bb. Gente russa che ha vissuto in pace in altre repubbliche, convinta di far parte di un grande paese socialista e si \u00e8 ritrovata improvvisamente ad abitare abusivamente nella \u00abpatria\u00bb di qualcun altro: <\/p>\n<p>Abbiamo perso due patrie in una sola volta: il nostro Tagikistan e l\u2019Unione Sovietica [\u2026] come vanno le cose laggi\u00f9? cosa sta succedendo Ma io non voglio neanche saperlo. <\/p>\n<p>La gente mi fa delle domande\u2026 Si meraviglia\u2026 Non capisce: \u00abVuoi ammazzare i tuoi figli?\u00bb. Non li ammazzo, li salvo\u2026 Ma lo vedete o no che a quarant\u2019anni sono gi\u00e0 tutta bianca?!\u2026 Restano a bocca aperta\u2026 Non capiscono: \u00abPorteresti i tuoi figli in un posto dove c\u2019\u00e8 la peste o il colera?\u00bb So cosa significano la peste e il colera, \u00e8 da l\u00ec che vengo\u2026 <\/p>\n<p>E c\u2019\u00e8 persino chi nel paesaggio lunare della citt\u00e0 evacuata, coglie finalmente tutta l\u2019assurdit\u00e0 della retorica di partito: tessere della Giovent\u00f9 comunista, diplomi di merito dispersi per le stanze vuote, i cartelloni della propaganda di regime, i ritratti dei Capi a guardia di luoghi morti, ha imparato a essere libero: \u00abMi ci sono voluti tre anni\u2026 tre anni\u2026 per restituire loro la mia tessera di partito. Il mio libretto rosso\u2026 E cos\u00ec mi sono liberato proprio nella zona recintata\u2026 Chernobyl mi ha fatto esplodere il cervello\u2026 Sono diventato un uomo libero\u2026\u00bb <\/p>\n<p>Il libro \u00e8 terribile, eppure a tratti si ride, esattamente come rideva la gente l\u00e0, per non lasciarsi morire, raccontandosi freddure sul tempo di dimezzamento di una torta radioattiva a Kiev o barzellette sulla riluttanza dei \u00abvolontari\u00bb <\/p>\n<p>Un marito torna dal lavoro e si lamenta con la moglie. Mi hanno detto: \u00abDomani o vai a Chernobyl o restituisci la tua tessera del partito\u00bb. \u00abMa tu non sei nel partito! \u00abAppunto, \u00e8 proprio questo che mi preoccupa: dove la trovo per domattina una tessera del partito da restituire?\u00bb <\/p>\n<p>S\u00ec, sul piano umano Una preghiera per Chernobyl va letto assolutamente. Ma questo \u00e8 il Golem, e voi, forse siete ricercatori, docenti, cittadini informati convinti che da una parte ci siano la gente, il dolore, la tragedia, le vicende personali, il \u00abfattore umano\u00bb e tutto ci\u00f2 che riguarda la dimensione \u00abpolitica\u00bb, e, dall\u2019altra parte, ben separata da un fossato invalicabile ci siano l\u2019oggettivit\u00e0 scientifica, le norme di funzionamento che devono essere (e non sono state) rispettate, le analisi di rischio, le probabilit\u00e0 che un simile macello si verifichi. Una preghiera per Chernobyl sta indiscutibilmente nella prima parte del campo, mentre il libro di Catino sta nella seconda. Ma siete proprio sicuri? Siete certi che le analisi del rischio abbiano a che fare soltanto con i numeri? <\/p>\n<p>Certo, si pu\u00f2 valutare anche il \u00abfattore umano\u00bb, la probabilit\u00e0 che gli operatori \u00absbaglino\u00bb, che, ad esempio, si addormentino in servizio, o che vadano a prendersi un caff\u00e8 alla macchinetta in fondo al corridoio proprio mentre vira al rosso l\u2019indicatore (l\u2019INDICATORE che tutti i film ispirati a Chernobyl e a Three Miles Island a un certo punto mostrano in primo piano mentre la colonna sonora sale di tono). <\/p>\n<p>Ma \u00e8 sufficiente conoscere la percentuale di \u00abrischio\u00bb per decidere? L\u2019antropologa Mary Douglas, in Rischio e colpa (il Mulino, 1996), un libro non recentissimo ma ancora in catalogo che vi consiglio di leggere), sostiene che il problema \u00e8 molto pi\u00f9 complesso <\/p>\n<p>Nel suo saggio (che non parla di Chernobyl perch\u00e9 fu scritto nel 1989, quando il disastro era ancora troppo recente per essere valutato da un punto di vista antropologico) Mary Douglas inquadra il problema del rischio accettabile nell\u2019ambito delle scienze sociali, partendo dalla constatazione che le crescenti conoscenze umane e le loro ricadute tecnologiche non sono sufficienti a proteggere l\u2019umanit\u00e0 dal \u00abrischio\u00bb (e forse lo hanno aumentato). Quanto pesa sulla valutazione del rischio il fattore umano, inteso come individuo e come \u00abstruttura generale dell\u2019autorit\u00e0 nell\u2019istituzione\u00bb?, si chiede Douglas, e qual \u00e8 il ruolo della coscienza individuale e collettiva nella definizione di rischio e di responsabilit\u00e0? <\/p>\n<p>Il concetto di rischio \u00e8 emerso a poco a poco da una elaborazione matematica della teoria delle probabilit\u00e0 del gioco d\u2019azzardo. Il concetto di aspettative basate su modelli di frequenze ha preso il posto delle vecchie teorie della causalit\u00e0 in tutte le scienze. <\/p>\n<p>L\u2019idea comune degli analisti del rischio \u00e8 che l\u2019uomo della strada fatichi a pensare in termini probabilistici. Una delle questioni affrontate nelle ricerche sulla percezione del rischio \u00e8: gli individui sono in grado di percepire gli eventi poco probabili? E come li percepiscono? <\/p>\n<p>Nei tardi anni cinquanta si diffuse un generale ottimismo sulla possibilit\u00e0 che l\u2019energia nucleare avrebbe assicurato al mondo una condizione permanente di prosperit\u00e0 [\u2026]. Si credeva che fossimo capaci di riconoscere i pericoli concreti, quelli la cui cause sono oggettivamente identificate, sostenute dall\u2019autorevolezza di validi esperimenti e di valide teorie. <\/p>\n<p>Col passare degli anni, per\u00f2, la situazione si rivel\u00f2 ben diversa; sul finire degli anni settanta, mentre gi\u00e0 dominava un capitalismo disposto, per difendere i propri interessi immediati, a mettere in pericolo i lavoratori e i cittadini, a sperperare le risorse ambientali del pianeta e a ipotecare il futuro di tutti, cominci\u00f2 a emergere una nuova figura professionale: l\u2019analista del rischio. <\/p>\n<p>Visto alternativamente come difensore dell\u2019ambiente e dei diritti umani o come \u00abservo\u00bb del capitalismo e come ammortizzatore del conflitto sociale ed economico, l\u2019analista (se onesto) aspira a valutazioni \u00aboggettive\u00bb, asettiche, non influenzate da convinzioni personali o politiche; si sforza quindi di esprimere il \u00abrischio\u00bb, cio\u00e8 l\u2019entit\u00e0 delle perdite e dei guadagni che una certa scelta comporta, nel linguaggio neutro della probabilit\u00e0 relativa. Ma questo modo di presentarlo, concentrato esclusivamente sulla capacit\u00e0 cognitiva della societ\u00e0 e degli individui, lascia sistematicamente in ombra il \u00abfattore umano\u00bb, i rapporti sociali, i contesti culturali di chi scegliendo provoca il rischio, di chi lo valuta e di chi potrebbe subirne le conseguenze. La valutazione del rischio, dice Mary Douglas, deve necessariamente essere \u00abpolitica\u00bb, perch\u00e9 \u00abpolitiche\u00bb, ossia collettive, ne sono le conseguenze; il linguaggio asettico dei numeri, in realt\u00e0, elude il problema, perch\u00e9 le questioni etiche e politiche, cos\u00ec come l\u2019arco temporale di rischio sono molto pi\u00f9 vicini e chiari per la mente umana di una classifica percentuale. <\/p>\n<p>Per spiegare il concetto mi servir\u00f2 di un esempio citato dall\u2019autrice. <\/p>\n<p>Per una futura madre, \u00e8 meglio correre il rischio di avere un figlio affetto da sindrome di Down (poniamo 1 probabilit\u00e0 su 200, a una certa et\u00e0 della donna) o correre il rischio che l\u2019amniocentesi danneggi il feto? (1 su 100). La prima alternativa \u00e8 pi\u00f9 sicura, ma le considerazioni etiche sulla difficolt\u00e0 e sull\u2019angoscia, protratte nel tempo, di allevare un figlio nella prima ipotesi (e di decidere della vita di un altro) pesano quasi sicuramente di pi\u00f9 dei numeri. Una madre sicuramente valuta (dando poi la risposta che ritiene pi\u00f9 \u00abgiusta\u00bb) in base alla percezione e alla comprensione del \u00abrischio\u00bb \u2013 dell\u2019entit\u00e0 del pericolo, non della sua probabilit\u00e0 \u2013 escludendo quella che ritiene l\u2019eventualit\u00e0 peggiore. <\/p>\n<p>In altre parole, la vera questione \u00e8 l\u2019accettabilit\u00e0 del rischio, non la sua probabilit\u00e0; l\u2019analista potr\u00e0 anche dire che la possibilit\u00e0 di fusione del nocciolo di un certo impianto \u00e8 estremamente bassa, ma solo politicamente \u00e8 possibile decidere se il rapporto costo\/benefici della \u2013 improbabile, certo(!) \u2013 fusione e la durata nel tempo dei danni (parliamo di almeno centinaia di anni, vero?) non sia troppo alto per essere accettabile. <\/p>\n<p>Inoltre va tenuto presente che, nella nostra societ\u00e0 globale, i rischi non sono equamente distribuiti. I paesi ricchi spediscono le loro scorie tossiche a quelli poveri, li spingono a ridurre drasticamente le foreste, affidano loro benevolmente le produzioni pi\u00f9 \u00absporche\u00bb, sperperano e inquinano in misura inaccettabile le risorse di tutti. Anche al loro interno, sono sempre le classi sociali pi\u00f9 povere a effettuare le lavorazioni pi\u00f9 pericolose, ad avere scarso accesso a cure costose e a essere meno tutelate. Che senso ha, allora, parlare di rischio in termini puramente numerici e senza tener conto della percezione individuale e sociale del rischio? <\/p>\n<p>La contadina cecena che ha trovato a pochi chilometri dal reattore un rifugio dove ricominciare a vivere, sia pure per un tempo limitato, \u00e8 disposta a correre un rischio che io non correrei mai, a meno che, s\u2019intende, non avessi davanti prospettive di vita ancora minori e peggiori. Entrambe conosciamo i numeri. Ma io sono qui, e lei ha \u00abscelto\u00bb di stare l\u00e0 (ma si pu\u00f2 chiamare scelta la sua, tra una morte e un\u2019infelicit\u00e0 quotidiane e un\u2019alta probabilit\u00e0 dilazionata nel tempo?). (Solo) per gli analisti del rischio siamo uguali. E ancora: il veterano dell\u2019Afghanistan, con il suo peculiare modo di considerare il mondo e il soldato appena sposato, non hanno la medesima percezione del rischio (numericamente uguale) di \u00abmorire di Chernobyl\u00bb; il primo si offre volontario, il secondo rifiuta di andarci; forse la loro diversa situazione li influenza sino al punto di capire diversamente le (poche e poco chiare) spiegazioni date loro dai superiori e dai medici. Pi\u00f9 in generale, comunque, le cifre vere non sono state rese note ai \u00abvolontari\u00bb n\u00e9 \u00e8 stata loro dato un equipaggiamento idoneo. Hanno affrontato Chernobyl quasi a mani nude. Quanto valutavano la loro vita le autorit\u00e0 sovietiche? Quanto la valutavano i governi occidentali che invece di affidare il disastro alle Nazioni Unite sono rimasti a guardare? <\/p>\n<p>Siete ancora sicuri, come gli analisti del rischio ortodossi, che sia tutta e soltanto una questione di numeri? <\/p>\n<p>Il modo in cui noi analizziamo comunemente il comportamento delle persone di fronte ai rischi \u00e8 scorretto, proprio perch\u00e9 separa una particolare questione del rischio dalle questioni morali e politiche in cui la persona normalmente la vede incorporata [\u2026] invece di isolare il rischio come problema tecnico, dovremmo formularlo in modo da includere, per quanto rozzamente, le sue conseguenze morali e politiche. <\/p>\n<p>Gli analisti del rischio e gli psicologi della percezione del rischio cercano di diffondere un\u2019idea di rischio accettabile indipendente dalle fedi politiche, ma i problemi della percezione del rischio sono essenzialmente politici. Congressi e parlamenti rinunciano all\u2019esercizio delle loro specifiche funzioni quando delegano questi problemi agli esperti del rischio. I dibattiti pubblici sul rischio sono dibattiti sulla politica [\u2026] trattare l\u2019accettabilit\u00e0 del rischio come un fatto tecnico indebolisce la sovranit\u00e0. Congressi e parlamenti dovrebbero riappropriarsi delle proprie competenze. <\/p>\n<p>Quindi anche noi cittadini quando deleghiamo le decisioni agli esperti rinunciamo a un dirittto\/dovere che \u00e8 nostro. Perch\u00e9 scegliere, soprattutto nel caso di eventi improbabili di grande impatto catastrofico, non pu\u00f2 essere lasciato agli esperti: \u00e8 un atto politico, ha a che fare con la visione del mondo, con le aspettative per il futuro, il nostro e quello dei nostri discendenti. Come possiamo pretendere di caricarlo sulle spalle di pochi \u00abeletti\u00bb? Eletti democraticamente \u2013 forse \u2013 ma pochi e, in nessun caso, neutrali e \u00abapolitici\u00bb. Ma allora si pone il problema, enorme specialmente nel nostro paese, degli strumenti indispensabili per scegliere: dimestichezza con i quotidiani e con le fonti di informazione, accesso a una buona divulgazione scientifica\u2026 Informazioni attendibili. Informazioni visibili. Perch\u00e9 le notizie ci sono, compaiono, ma chi di noi riesce a leggerle, mentre sfoglia un po\u2019 stordito e un po\u2019 trafelato le pagine dei quotidiani e dei settimanali? Chi le vede, disperse fra altre centinaia di un\u2019attualit\u00e0 sempre pi\u00f9 minacciosa e la \u00abconsolazione\u00bb di moda costume, nuove tendenze? prendete questa, ad esempio, comparsa su D, supplemento a \u00abRepubblica\u00bb, il 19 ottobre 2002: <\/p>\n<p>La Tokyo Electric Power Co (Tepco), il pi\u00f9 grande operatore giapponese di impianti nucleari, ha infatti ammesso di aver falsificato i risultati delle ispezioni sulla sicurezza compiute in tre importanti centrali in cui si trovano 15 reattori. La societ\u00e0 ha rivelato l\u2019esistenza di incrinature, perdite e altri guasti che risalgono addirittura al 1986. Un\u2019incredibile svista che fa dire a Yoichi Kikuchi, assistente presso l\u2019Universit\u00e0 di Kagoshima ed esperto di impianti nucleari della General Electric: \u00abIn caso di terremoto, avremmo rischiato una seconda Chernobyl o Three Miles Island\u00bb. La Tepco, naturalmente sostiene che, al di l\u00e0 di tutto, i suoi impianti non pongono problemi di sicurezza\u2026 Ma\u2026 b\u00e8. andatevi a cercare la notizia nell\u2019archivio del giornale, cos\u00ec scoprirete anche che tre anni fa a Tokaimura, un tentativo raffazzonato di mescolare combustibili nucleari aveva rischiato di provocare un\u2019autentica catastrofe a soli 125 chilometri da Tokyo. <\/p>\n<p>Allarmismo? Necessit\u00e0 di montare un caso per riempire qualche pagina? Sinceramente non lo so, ma non ho letto smentite successive. D&#8217;altra parte, la smentita potrebbe essermi sfuggita, anche se normalmente sono attenta a questi argomenti. Cosa dicevo della visibilit\u00e0 delle informazioni? Succeder\u00e0 a molti altri lettori, posso consolarmi. O no? <\/p>\n<p>E cosa devo pensare delle 1185 barre con il combustibile del reattore sigillato di Caorso ? Sono al sicuro, i tecnici della centrale montano la guardia, ma che ne faremo? Le lasceremo sempre l\u00ec, al costo di 150 mila euro la giorno per il personale e la gestione della centrale (dati riportati dal Venerd\u00ec di \u00abRepubblica\u00bb del 18 ottobre)? Le riporteremo in superficie (come sembra intenzionata a fare la Sogin, la societ\u00e0 che controlla attualmente le centrali nucleari), chiudendole in pesanti bare d\u2019acciaio del costo di 20 milioni di euro? Sistemeremo le bare d&#8217;acciaio in un nuovo capannone, un \u00absito temporaneo dei rifiuti\u00bb che il comune di Caorso, temendo che, come spesso accade in Italia, \u00abtemporaneo\u00bb sia sinonimo di \u00aba tempo indeterminato\u00bb, non ha nessuna intenzione di ospitare? Non intendo dire che l\u00e0 sotto, nel reattore, le barre di combustibile siano un rischio\u2026 Ma non possono restare laggi\u00f9 per sempre. O s\u00ec? <\/p>\n<p>Non lo so. Ed \u00e8 appunto questo, uno dei fattori di rischio. Non so. Cos\u00ec, se abitassi a Caorso e se venissi interpellata, non saprei decidere, dovrei dire \u00abfacciano gli esperti\u00bb. E come stanno le altre centrali, a Latina, a Trino Vercellese, a Garigliano? <\/p>\n<p>Ulteriore bibliografia <\/p>\n<p>Gale, R. P. e Hauser, T., La nube, Sperling &#038; Kupfer, Milano 1989. <\/p>\n<p>Read, P. P., Catastrofe, la vera storia di Chernobyl, Sperling &#038; Kupfer, Milano 1994<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(www.progettohumus.it &#8211; www.mondoincammino.org)<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[21],"tags":[],"class_list":["post-4318","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-cittadinanza-attiva","entry"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.6 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>L&#039;ITALIA IN PROVINCIA DI CHERNOBYL - Associazione volontari il cavallo bianco - OdV<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.ilcavallobianco.it\/?p=4318\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"L&#039;ITALIA IN PROVINCIA DI CHERNOBYL - 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