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Alla fine del cammino, ecco la strada…
(Pinocchio nell’ ISOLA delle meraviglie – The bridge beetween)

L'intensa recensione di uno spettatore dell'happening teatrale di Isola del Liri del 14 Settembre 2007


Molti individui, come i diamanti grezzi, nascondono splendide qualità dietro una ruvida apparenza.
Giovenale

Da almeno un decennio, l’Associazione “Il Cavallo Bianco” mette in scena una rappresentazione con al centro la figura di Pinocchio messo in relazione al disagio mentale; cogliendo l’opportunità offerta dal monello per eccellenza visto come diverso (quale pure è…) lo “spettacolo” indaga, fin dalle “sue origini” (e trattasi, per chiarezza, di una specie di “flusso teatrale continuo” nel tempo e probabilmente senza fine), anche con l’ausilio di inserti visivi, musicali e testuali di vario genere, nel nostro comune inconscio, connettendolo con disparate “situazioni mentali” e rigettando il tutto in un sempre più interessante impatto “psico-visivo-emotivo” di grandissima sostanza e di pregevole fattura, cresciuto notevolmente nel corso del tempo e con l’evolversi e “l’affastellarsi” l’una sull’altra delle varie “Edizioni”.
Il tutto nacque svariati anni or sono grazie al caso (…?...) che mise in contatto “Il Cavallo Bianco” alle vicissitudini degli Internat Bielorussi ed in particolare di uno di questi nel paese di “Begoml”, dove risiedono tutt’ora ragazzi oligofrenici e con disabilità varie; e così, partendo dal comune patrimonio della fiaba di Pinocchio (che per chi non lo sapesse esiste, in una forma differente ma sostanzialmente simile, anche in Bielorussia) si è potuta sfruttare la “forma-teatro” anche per cementare, “mischiare”, fondere, “partecipare” e rinnovare culture, idee e “direzioni” differenti, uguali e contrarie”.


Ma quanto è andato in scena il 14 settembre scorso ha probabilmente coinciso con una simbolica fine del cammino……. che pure lascia intatta la possibilità di una infinita strada ancora da percorrere.
In qualche maniera “qualche cosa” si è “compiuta”!!…
Questa rappresentazione ha senza dubbio trovato un definitivo posto della memoria “collettiva” dove poter riposare per sempre, ed anche se mille e mille altre volte dovesse esser riproposta, variata o vestita di nuovo, l’ happening dell’Isola del Liri resterà per sempre in cima ai ricordi di chiunque ne abbia condiviso l’esperienza.


Immaginate di avere un intero paese a disposizione (è così è stato, in realtà…), con luci e casse-audio sparsi in ogni vicolo del centro storico, ed immaginate anche un allestimento fatto di materiali di recupero (vestiti, scarpe, plastiche, teli, lenzuola, disegni, oggetti vari….) decisamente bello, quanto semplice e folgorante...
Provate ad immaginare poi non un palco itinerante ma un paese intero inteso come “scena totale”, come proscenio infinito e circolare e del quale, non potendo averne la totalità racchiusa in un singolo sguardo (cosa questa che pure non esiste, ovviamente, in assoluto, in quanto nessuna “percezione” è simile ad un’altra ed in grado di coglierne i medesimi “spazi e particolari”) ognuno poteva prendere parcelle della visione a suo piacimento, scegliendo in questo caso nell’ambito di misure molto vaste, e tenendo presente che la rappresentazione dilagava ovunque, anche.... dove non c’era.
Un “luogo ma anche un non luogo”, dove sostando anche casualmente in un angolo del paese, magari con nessun attore presente fisicamente, ed in un punto quindi dove la recita non poteva esser fruita in maniera “diretta”, visivamente intendo, comunque arrivavano echi di musica, parole, rumori, emozioni, ….presagi…”disagi”.
La molteplicità dei punti di vista e di ascolto è stata la chiave di volta e la caratteristica peculiare e forse irripetibile di questa rappresentazione... Non un palco frontale ma un dilagante recitare, improvvisare e “costruire assieme” che si è riversato per le strade.
Le famiglie, gli anziani e i piccoli che passeggiavano, magari anche estranei al tutto, non potevano evitare di essere inglobati dalla festante, “dominante situazione”…


Quanto ancora segue sono alcuni altri “dettagli” che mi sono piacevolmente ritrovato ad osservare (…vivere…): paesani (spettatori?...attori?...) che guardavano rapiti, alcuni che guardavano distrattamente oppure divertiti, altri che guardavano senza convinzione, magari con aria di scherno, altri che guardavano solamente perché sarebbe sembrato anomalo o addirittura scortese non gettare neanche lo sguardo… eppure TUTTI GUARDAVANO, OSSERVAVANO, ASCOLTAVANO…. Non vuole dire certo che ognuno abbia gradito, non significa neanche che si sia “colto nel segno” o che gli “intenti” all’origine del tutto (…..quali?...) siano andati a buon fine… ma il coinvolgimento è stato comunque totale… e non mi è sembrato affatto un dato di poco conto…
I bambini, al solito, privi delle barriere che impediscono ad altri (gli adulti?...) di “godere o di capire”, inconsapevolmente intuiscono tutto con il genio che deriva dal loro giovane candore e si fondono alla scena, entrano nello spettacolo con naturalezza e ne riempiono eventuali angoli morti….. Risultato: Una “deflagrazione morbida” di interattività magnifica data dalla lucentezza dell’innocenza fusa all’interagire delle persone, “anche” loro malgrado…


La rappresentazione di “questo” Pinocchio proposta (per quel che concerne la struttura portante e la rifinitura, ma che, sia dato per scontato, senza il magnifico apporto “corale” nulla varrebbe…) da Giovanni Sansone a sei mani con Dario D’ambrosi ed i toccanti scritti di Roberto Giacchini (che sono essenza del nostro animo umano raschiate del superfluo e ricondotte in superficie allo stato “puro”) oramai, dopo un percorso di prove e di rodaggio che parte dagli anni ’90, dispone di tre o quattro “blocchi” che funzionano in maniera egregia e che riescono anche singolarmente a catturare l’interesse e l’attenzione o a far divertire gli astanti, ed è questo un “ponte per l’approccio e per l’assalto” al tempo stesso decisivo quanto, oramai, “qualitativo”.
La musica, bellissima, dei Fonderia (che hanno anche riarrangiato le musiche del celeberrimo Pinocchio televisivo di Luigi Comencini, composte da un Fiorenzo Carpi mai acclamato a sufficienza) regalano la giusta atmosfera al tutto e circondano il paese di un’aura magica.
Diverse volte ho avuto occasione di osservare questa “OPERA” in varie forme e l’avevo pur trovata sempre bella e interessante…. Stavolta però mi è sembrato in tutta sincerità di avere assistito a qualche cosa di “memorabile”… peccato davvero per chi ne ha perduto la visione…anzi…ne ha “disertato” la partecipazione….
Certo i “miracoli” non si replicano…. Ma talvolta si “rinnovano”….
Sperare e lecito…anzi…d’obbligo!...


Piccole CONSIDERAZIONI IN FONDO ALLA “STORIA”…


… mi tornano alla mente alcuni racconti Catalani in salsa Fiorentina, a mezzo lettera, di colui che ha condotto per mano e portato a compimento il tutto con grande audacia e perseveranza, e che al fine della serata (stupenda!...) non riusciva a tenere a freno la sua gioia….
Ed io ammirato che non potevo fare a meno di rassettare in fretta e furia una delle stanze del mio cuore tutta per lui e la sua magnifica, anarchica orchestra dai “suoni multicolore”…



FRANCO (15-17 settembre 2007)

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