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Viaggio nel calcio malato di Roma dopo la moneta contro Frisk
Tifosi di curva e ultras borghesi uniti nel grido: "Soli contro tutti"
RADIO, COMPLOTTI, GLADIATORI
LA CAPITALE E' SCESA NELL'ARENA

Da un pò di tempo, noi dell'Associazione, cerchiamo di vedere tutte (tutte) le partite insieme, di scherzare e sdrammatizzare il campionato di calcio....ma, regolarmente, ogni settimana, soprattutto qui a Roma.....buttiamo all'aria mille fatiche e sacrifici per costruire una cultura della diversità e del rispetto altrui
ANCHE QUESTA SETTIMANA, I NOSTRI SOCI "HANDICAPPATI PSICHICI" SONO IN TILT.....caricati da eventi imbecilli e chiacchiere senza fine: abbiate pietà di noi!!!!!!!!!!!

ROMA - Dicono che la punizione che laverà il sangue dell'arbitro Frisk arriverà il 21 settembre. E nella data sembra esserci una cabala. Perché il calcio, a Roma, è morto proprio un 21. Ma di sei mesi fa, il 21 marzo, notte del derby Lazio-Roma. Un collettivo autoinganno - consapevolmente ingrassato dagli addetti - impedì di celebrare allora quel funerale e, verosimilmente, impedirà di farlo oggi. Ma se soltanto si prova a ricordare quella notte si scoprirà come il canovaccio di Roma-Dinamo Kiev fosse già scritto.

Il 21 marzo uno stadio intero (non due curve), espressione della città intera (Roma e Lazio) prese in ostaggio una terna arbitrale, 22 giocatori, prefetto e questore (liquidati come due poveri bugiardi), Lega e Federazione, migliaia di agenti, decretando per via breve che il derby non andava giocato, che il "calcio era sospeso per volontà della gente di Roma". Arrivò la punizione sportiva (squalifica dello stadio Olimpico per due giornate, poi prolungata fino al termine della stagione per gli incidenti di San Siro), arrivò l'inchiesta della Procura.

Ma né l'una, né l'altra servirono. Perché né l'una, né l'altra potevano fotografare ciò che, al contrario, i nudi fatti raccontavano e che molti finsero di non vedere. A Roma, il calcio era, è diventato altra storia.

In questa storia, la passione non c'entra. Come non c'entra una vecchia favola che ti senti raccontare in città ogni volta dopo la tempesta: che il problema sono quattro imbecilli che abitano una curva. A Roma, da molto tempo, non è più così. Perché gli imbecilli sono tutt'altro che tali. Perché non abitano affatto (soltanto) le curve, ma posano regolarmente i loro lombi in tribune e distinti.

Gli "imbecilli" non hanno (soltanto) la faccia e la rabbia del sottoproletariato urbano, ma il "blasone" delle professioni liberali. Medici, avvocati, giornalisti, operatori di borsa, imprenditori. E' un club che è andato allargandosi, un selezionato demi monde che allo stadio non sempre paga, che incroci ogni domenica nel foyer di morbida moquette che immette ai settori che contano: tribuna Monte Mario, tribuna d'onore, tribuna stampa.

Ostentano grevezza di accento e incontinenza di vocabolario. Farebbero sorridere se soltanto non si prestasse ascolto a quel che dicono. Se soltanto non li sentissi ripetere e diffondere un verbo che a Roma, oggi, è diventato senso comune che si autoalimenta. "Roma contro tutti...".

Allo stadio Olimpico, alla fine di ogni partita vinta, lo speaker ufficiale della società, Carlo Zampa, grida "Roma ha vinto!". Non "la Roma ha vinto", ma "Roma" ha vinto. E' il grido del generale ispanico Russel Crowe, il gladiatore di Ridley Scott. E' il saluto che ricorda che lo stadio è un'arena, i giocatori i suoi gladiatori, la supremazia un affare non più sportivo e neppure di campanile. Ma di "romanità". E' un grumo di appartenenza che ha nella partita di pallone e nel calcio un pretesto.

Che ha prima cancellato le differenze politiche e di comportamento tra tifoserie diverse e quindi all'interno di una stessa tifoseria (le curve di Roma e Lazio ostentano da anni ormai una omogenea militanza di destra). Di più: che ha annullato ogni distinzione di tifo tra settori pure tradizionalmente diversi (come le curve e le tribune).

La prova è nella ferita sulla fronte di Frisk: aperta da una moneta scagliata dalla tribuna e applaudita dalle curve. Tutti insieme. Tutti "contro". Contro il "Nord ladrone e le sue regole", il Nord della trimurti Carraro-Galliani-Giraudo, il Nord "leghista", in una riproposizione rovesciata di luoghi comuni che si autoalimentano. Dove il "Nord" diventa luogo immaginifico dell'ingiustizia, del complotto e può persino vestire i panni della "Uefa".

Tre anni fa, quando questo grumo si manifestò, nessuno volle contenerlo o ebbe interesse a farlo. Fu la stagione dei torti arbitrali. Roma (non "la Roma") si convinse del complotto. La società e il suo presidente, Franco Sensi, decisero di dichiarare rotto il giocattolo, ma non se tirarono conseguentemente fuori. Da allora, quella battaglia contro i "poteri costituiti" sull'asse Torino-Milano (Sensi "Robin Hood", ricordate?) è diventata il mantra di una città e delle radio libere che ne cantano gli umori.

Nessuna capitale del calcio italiano ha le sue "Radio Incontro", "Rete Sport", "Radio Flash", e decine di altre ancora, con la loro corona di spensierati commentatori. In nessuna capitale del calcio esiste un Mario Corsi, detto "Marione", o un Max Leggeri capaci di pesare più di un sindaco, titolari del potere di pubblica scomunica per il giornalista sgradito, il giocatore che non riga dritto. A quei campioni non dispiace la telefonata in diretta per parlare di tutto e su tutto. Naturalmente senza filtro e senza contraddittorio.

In nessuna capitale del calcio, una questura è costretta a bussare alle porte di questi signori se intende acquietare le tifoserie, governarne gli umori. In nessuna capitale del calcio esiste un quotidiano ("Il Romanista") capace di tirare al suo esordio 70 mila copie avendo in testa solo la Roma e alla porta della sua redazione, imprenditori che sarebbero in fila per poter staccare una partecipazione azionaria.

Del resto, chi sbaglia non paga mai. L'irresponsabilità è la regola per chi a Roma racconta la Roma ai suoi tifosi. Per dirne una delle ultime. Proprio la notte del 21 marzo, il "Processo di Biscardi", sorpreso a simulare l'aggressione di un suo giornalista da parte di un reparto celere, se la cavò con una risata. La trasmissione televisiva è più florida che mai. Una bella linea continua a dividere a metà lo schermo in un tourbillon di ospiti illustri che - vanta Biscardi - fanno la fila per uno strapuntino. Da una parte lo studio di Roma, dall'altra quello di Milano. Perché il gioco "Roma contro il Nord" non abbia mai fine.

"Roma contro tutti", dunque. E Roma sempre più sola. La tifoseria, famosa per i suoi gemellaggi negli anni '70 e '80, non riconosce ormai un solo amico fuori dal raccordo anulare. La sua natura monolitica nell'appartenenza e nel luogo di residenza (i quattro quinti dei tifosi romanisti risiedono in città) ne fanno una minaccia per ogni questore d'Italia che ne ospiti una trasferta. Il 27 ottobre toccherà a Torino, a "Capello il traditore" e ai suoi transfughi Emerson e Zebina. Che partità sarà? Soprattutto: sarà una partita? O una battaglia?

Ieri mattina, le radio del tifo in libertà e qualche irresponsabile addetto, farfugliavano una storia istruttiva. Che più o meno suona così: l'arbitro Frisk "ha fatto scena" ("Non ha avuto punti di sutura"..) e sulla partita pesava la maledizione del nervosismo di Cassano, acceso dalle tentazioni di quel Rasputin di Mogg... Roma contro tutti.

(17 settembre 2004)

CARLO BONINI
LA REPUBBLICA, Venerdì 17 Settembre 2004

Sito Web: www.repubblica.it

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