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Tra i percorsi proposti si riconosce all'attività sportiva la capacità di coinvolgere, di contaminare, integrare, di abbate i pregiudizi. Lo spirito competitivo permette più facilmente, attraverso il gioco, il momento di svago, di confrontarsi nelle “diverse capacità”, di abbattere le differenze, di superare i limiti.
La diversità determinata dalla disabilità fisica, mentale o sensoriale è stata generalmente vissuta come condizione riduttiva e negativa. Mentre l'esperienza dell'integrazione sta a dimostrare che l'handicap è sostanzialmente determinato dalla incapacità strutturale dell'organizzazione sociale a ridurre o eliminare lo svantaggio che la disabilità determina.
Per questo occorre, oggi, passare dalla cultura dell'handicap alla "cultura della normalità", quella cioè che afferma la diversità di ogni essere umano come condizione normale, quindi risorsa positiva, come patrimonio multiforme di cultura, capacità, attitudini, di vita.
Il principio di non discriminazione sancito dal Trattato di Amsterdam (art. 13) valorizza nel concreto la persona con disabilità come individuo, parte sociale attiva, detentore di diritti e di doveri umani, morali, sociali, economici, culturali. Alla tutela dei diritti, si deve affiancare il concreto diritto alla “partecipazione”, che garantisce a tutti la possibilità di vivere come tutti.
Trasformare i vincoli in opportunità, fare parte e rendere partecipi quelle individualità con differenti esigenze, che, pur partendo da una condizione di svantaggio sociale, propongono di attuare percorsi di partecipazione alla vita collettiva per tutti.
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