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LA VITA DEL RITORNO

Devo dirvi come si innescano le bombe a mano e come si lanciano contro altri uomini? Devo mostrarvi come si può trasfigurare un uomo con la baionetta, abbatterlo con il calcio del fucile, accopparlo con una gravina? Devo raccontarvi che cosa è una paralisi tetanica, una spina d’orsale spezzata, un cranio scoperchiato? Devo descrivervi l’aspetto delle cervella spruzzate all’ingiro, le ossa frantumate, gli intestini che sgorgano dal ventre squarciato?

Erich Maria Remarque, scrittore tedesco di fama mondiale, nel suo libro “La vita del ritorno” traccia una sua biografia nel periodo della Prima Guerra Mondiale quando poco più che ventenne fa il maestro elementare in una scuola di un piccolo paese. Ma la guerra con i suoi orrori ha lasciato ferite incancellabili nel giovane: la sua memoria è tormentata dai ricordi, in contrasto con la realtà del momento piena di dubbi e incertezze sull’avvenire.


“Entro in classe. I piccoli sono li seduti a mani giunte. Nei loro occhioni c’è tutto il timido stupore degli anni infantili. Mi guardano fiduciosi, con tanta fede, che sento come un colpo al cuore.

Eccomi davanti a voi, uno dei centomila falliti ai quali la guerra ha infranto ogni fede e quasi ogni energia; sono davanti a voi e sento quanto siete più vivi voialtri e più connessi alla vita. Sono davanti a voi e dovrei esservi maestro e guida. Ma che cosa vi devo insegnare?

Devo dirvi che fra vent’anni sarete inariditi e mutilati, atrofizzati nei vostri più liberi istinti, ridotti senza pietà a merce da dozzina? Devo spiegarvi che tutta la cultura, tutta la civiltà, tutta la scienza non sono che uno scherno orrendo fintanto che ci sono uomini che si fanno la guerra col ferro e col gas, con la polvere e il fuoco in nome di Dio e dell’umanità? Che cosa devo insegnarvi, piccole creature, uniche rimaste pure in questi anni terribili?

Devo dirvi come si innescano le bombe a mano e come si lanciano contro altri uomini? Devo mostrarvi come si può trasfigurare un uomo con la baionetta, abbatterlo con il calcio del fucile, accopparlo con una gravina? Devo farvi vedere come si punta una canna di moschetto contro quella meraviglia che è un petto che respira? Devo raccontarvi che cosa è una paralisi tetanica, una spina d’orsale spezzata, un cranio scoperchiato? Devo descrivervi l’aspetto delle cervella spruzzate all’ingiro, le ossa frantumate, gli intestini che sgorgano dal ventre squarciato?

Devo farvi sentire come si geme con una pallottola nel ventre, come si rantola quando si è feriti al polmone? Altro non so, non ho imparato altro. Devo condurvi davanti alla carta geografica e dirvi: quì fu assassinato l’amore? Devo spiegarvi che i libri che avete tra le mani sono reti con cui si attirano le vostre anime ingenue alla sterpaglia delle frasi e nei reticolati dei concetti falsati?

Eccomi davanti a voi, un essere impuro, colpevole, che vi dovrebbe scongiurare:oh, rimanete come siete, fate che non sia abusi della luce calda dell’infanzia per farne una fiamma d’odio! Sulle vostre fronti c’è ancora il soffio dell’innocenza… come posso pretendere di essere il vostro maestro? Dietro di me infuriano le ombre sanguinose del passato; come oso venire tra voi? Non devo io stesso, prima ridiventare uomo?

Uno spasimo mi scuote, mi sembra di diventare di sasso e di sgretolarmi tutto. Mi lascio cadere sulla sedia e comprendo che non posso rimanere più a lungo. Solo dopo un tempo che mi pare infinito, il mio irrigidimento si scioglie. Mi alzo. “Ragazzi, (dico a stento) potete andare. Oggi è vacanza…”

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